cos’è la MMT

Warren Mosler e la MMT
Warren Mosler è un economista statunitense, ideatore della Modern Money Theory (MMT), un approccio macroeconomico di stampo cartalista e post-keynesiano fondato su una conoscenza precisa e accurata dello strumento monetario.
La MMT, che oltre al pensiero economico di John Maynard Keynes rimanda ad Abba Lerner e Hyman Minsky, parte dal presupposto che uno Stato che emette moneta “fiat”, cioè moneta sovrana, con valore legale e libera di fluttuare (come il Dollaro o lo Yen), non possa mai andare incontro a un rischio di fallimento. Di conseguenza, secondo gli economisti MMT, la spesa pubblica a deficit non rappresenta un elemento di pericolo per la stabilità dello Stato, ma, al contrario, è fondamentale per lo sviluppo economico del Paese, in quanto consente di investire e sconfiggere la disoccupazione, adottando politiche anticicliche o procicliche a seconda della necessità del momento.
La MMT è sostenuta da accademici del calibro di Randall Wray, Bill Mitchell e dall’attuale Economista Capo della Commissione Bilancio del Senato degli Stati Uniti, Stephanie Kelton.
Warren Mosler nel 2014 è stato visiting professor all’Università di Bergamo e nel maggio 2015 ha coperto lo stesso prestigioso incarico presso l’Università di Trento.
In italiano sono stati tradotti i suoi seguenti saggi: “Le sette innocenti frodi capitali della politica economica” (Edizioni Arianna, 2012) e “In alto il deficit!” (Edizioni Sì, 2012).

Quattro padri e tre pillole, tanto per comiciare

Secondo la Modern Money Theory, ideata negli anni Novanta dall’economista statunitense Warren Mosler, sulla lezione di John Maynard Keynes, Abba Lerner e Hyman Minsky:

1) la moneta sovrana (detta “fiat”) è una creazione esclusiva dello Stato, che la impone ai suoi cittadini attraverso la tassazione.

2) il debito pubblico di uno Stato sovrano è sempre solvibile, è svincolato da qualsiasi tipo di limitazione numerica ed è finalizzato unicamente all’eliminazione della disoccupazione e a generare la massima prosperità economica consentita dal livello di risorse reali (umane e materiali) disponibili.

3) in uno Stato sovrano la tassazione non serve a finanziare la spesa pubblica, ma ha compiti diversi, quali ad esempio il controllo dell’inflazione, l’indirizzo verso consumi “virtuosi” e la penalizzazione degli investimenti improduttivi o dannosi per il benessere pubblico.

Il dilemma del debito: cicala o formica?

Se a un ragazzino si chiedesse se il debito pubblico sia una cosa negativa o positiva, egli tenderebbe inevitabilmente a rispondere che è negativo. Se la stessa domanda venisse rivolta per strada a un qualsiasi passante, la risposta sarebbe presumibilmente la medesima. Se, infine, quella fatidica domanda fosse oggetto di una discussione parlamentare, sarebbe ben difficile trovare qualcuno che si trovasse in disaccordo con il ragazzino e l’uomo della strada. In poche parole, tutti noi siamo convinti che indebitarsi sia un male e che risparmiare sia un bene. Del resto, la favola della cicala e la formica, con cui siamo cresciuti, ce lo ha insegnato fin da piccoli.

Ma siamo proprio sicuri che l’assioma delle negatività del debito pubblico sia fondato? E se scoprissimo che il debito pubblico è in realtà la conditio sine qua non dello sviluppo e della ricchezza privata?

A ribaltare il luogo comune ci pensa la Modern Money Theory (MMT), una scuola economica di matrice post-keynesiana e cartalista fondata negli anni ‘90 dall’investitore ed economista statunitense Warren Mosler e sostenuta da accademici del calibro di Randall Wray, Bill Mitchell e Stephanie Kelton (attualmente Economista Capo della Commissione Bilancio del Senato degli Stati Uniti). Questa teoria trova le sue radici, in particolare, nel pensiero economico di John Maynard Keynes, Abba Lerner e Hyman Minsky e ha i caratteri propri di un pensiero rivoluzionario, poiché sovverte il comune pensiero sulla funzione della moneta e, di conseguenza, sul ruolo dello Stato all’interno del processo economico.

Da dove nasce la moneta?

Ci hanno sempre insegnato, sull’onda del metallismo di Carl Menger, che la moneta nacque come strumento sostitutivo dei pagamenti di mercato, ovvero come mezzo per rendere più agevole il baratto attraverso pezzetti di metallo (le monete appunto) dal valore standardizzato e dipendente dalla quantità/qualità di metallo presente. In poche parole, secondo questa teoria, la moneta prenderebbe avvio dalla scelta razionale di individui perfettamente inseriti in un contesto di mercato.

Eppure, recenti studi archeo-antropologici tendono a mettere seriamente in discussione questo modello, rilevando come la moneta sia stata piuttosto l’evoluzione della registrazione dei rapporti di debito-credito tra gli individui (quindi come un sistema di conto, privo di un valore intrinseco) e che questo sistema fosse gestito dall’autorità che, attraverso di esso, stabiliva la sua sovranità imponendo il pagamento delle tasse nell’unità di conto preferita.

In poche parole, la moneta nacque come un mezzo privo di valore in sé, ma capace di rendere conto dei rapporti di debito/credito tra le persone e, soprattutto, del rapporto di sudditanza dei cittadini nei confronti dell’autorità. Nel momento in cui i cittadini pagavano (in beni o in lavoro) le tasse, il sovrano rilasciava loro un oggetto (la moneta, appunto) che dimostrava l’avvenuto pagamento. Tale modello viene confermato da quello che accadde nel XIX secolo in Ghana, dove i colonizzatori inglesi imposero ai ghanesi una tassa in sterline, senza il pagamento della quale questi ultimi avrebbero perso le loro case, distrutte dai soldati britannici. Per evitare ciò, i ghanesi furono costretti a guadagnare le sterline attraverso il lavoro nelle piantagioni di caffè dei padroni colonialisti.

Ciò dimostra che la moneta nasce nel momento in cui viene creata dall’autorità e corrisponde ai criteri che l’autorità stessa stabilisce. In poche parole: la moneta è una strumento con cui il sovrano impone il proprio dominio e, di fatto, viene emessa da lui in cambio di lavoro. Ciò conduce a due ulteriori conseguenze: 1) la moneta non pre-esiste al sovrano, ma succede a esso come strumento di regolazione dei debiti (obblighi di lavoro); 2) la moneta non possiede un valore in sé, quindi non è una merce, dunque non può scarseggiare.

Le eventuali perplessità rispetto alle osservazioni precedenti dovrebbero cadere del tutto nel momento in cui si parli di moneta moderna, cioè della moneta svincolata da qualsiasi legame con un metallo (cioè una merce scarsa), così come è avvenuto dopo la fine del gold standard nel 1971. Da quel momento la moneta è tornata, di fatto, a svolgere in modo chiaro il ruolo che ha avuto in origine, ovvero lo strumento in mano al sovrano (Stato) per obbligare i cittadini a lavorare per pagare le tasse denominate nell’unità di conto della moneta stessa. In parole semplici: tu lavori, in cambio ottieni un oggetto simbolico (la moneta) con cui paghi le tasse e con cui compri beni o servizi che sono prodotti da altre persone, che, a loro volta, hanno bisogno di quell’oggetto per pagare le tasse. E così via.

Una moneta di tal fatta (cioè priva di vincoli in metallo o di legami fissi con altre monete) si chiama “fiat” ed è la moneta di ogni Stato sovrano. Ad esempio, lo è il dollaro per gli Stati Uniti, lo yen per il Giappone, la corona per la Norvegia o il franco per la Svizzera. Non lo è, però, l’euro per i paesi dell’Eurozona. E qua cominciano i guai…

Moneta sovrana significa Stato sovrano

Una moneta sovrana “fiat” è una moneta emessa dallo Stato che non è coperta dalle riserve di metallo (come nel gold standard), che non ha vincoli di cambio fisso con altre monete e che è lasciata libera di fluttuare. Questa moneta, priva di un valore in sé, non è una merce, ma è uno strumento sempre a disposizione dello Stato, dunque non può mai essere soggetta a crisi di scarsità. Questo aspetto ha delle implicazioni notevoli che, se comprese, consentono di capire quali siano le vere potenzialità di uno Stato sovrano e, di contro, quali siano i cappi della moneta unica a cambio fisso, come l’euro, che depotenziano lo Stato in tutto e per tutto.

Poiché in un Paese a moneta sovrana “fiat” lo Stato non ha bisogno di raccogliere denaro, perché è esso stesso a decidere quanto immetterne o toglierne dal sistema, con un semplice accredito o addebito presso la Banca Centrale, vengono a cadere una serie di luoghi comuni così radicati in noi da impedirci di cogliere le possibilità rivoluzionarie di un approccio originale alla moneta e al rapporto tra Stato e cittadini.

Prima leggenda metropolitana: le tasse servono a finanziare la spesa pubblica

Quante volte ci siamo sentiti intimare: pagate le tasse, altrimenti non avrete i servizi pubblici. Ciò sarebbe vero qualora la moneta fosse scarsa e lo Stato fosse costretto a recuperarla dai suoi cittadini per pagare quei servizi. E ciò accade con l’euro che non è una moneta “fiat”, ma è considerata al pari di una merce, quindi soggetta a crisi di scarsità, e che impone l’obbligo agli Stati che la utilizzano di recuperala in ogni modo, anche attraverso la riscossione delle tasse (cioè una sottrazione di ricchezza privata).

In un Paese con moneta “fiat”, invece, lo Stato non ha mai crisi di scarsità di moneta, poiché è esso stesso a decidere quanta immetterne nel sistema. Le tasse, in questo caso, svolgono altri scopi, e ben più importanti. Eccoli:

– costringere tutti a usare la moneta dello Stato. Se, infatti, non ci fossero le tasse, ciascuno potrebbe usare per i propri scambi qualsiasi altro mezzo, sottraendo allo Stato la legittimità e la sovranità di cui necessita per realizzare i suoi scopi.

– tenere sotto controllo inflazione e deflazione. Attraverso l’aumento o la diminuzione delle tasse è possibile allargare o restringere il drenaggio di denaro circolante, controllando di volta in volta i rischi di un’inflazione eccessiva o della deflazione.

– colpire i grandi patrimoni e le rendite improduttive. Attraverso le tasse lo Stato può colpire patrimoni pericolosi per la sua supremazia (si immagini una società o una lobby multimilardaria in grado di condizionare a proprio piacimento la vita politica attraverso l’uso del suo immenso patrimonio), oppure colpire le rendite improduttive che non generano un beneficio collettivo.

– favorire investimenti “virtuosi” e ostacolare quelli “dannosi”. Attraverso la tassazione lo Stato è in grado di indirizzare i consumi e gli investimenti verso prodotti o progetti considerati “virtuosi” e utili al benessere collettivo, colpendo, al contrario, quelli considerati “dannosi”. Al proposito, l’economista Mathew Forstater ha evidenziato le possibilità di usare la tassazione in uno Stato con moneta “fiat” per coniugare produzione e sostenibilità ambientale.

Seconda leggenda metropolitana: i titoli di stato servono a finanziare la spesa pubblica

Uno Stato con moneta “fiat” non ha la necessità di andare sul mercato a recuperare denaro, quindi non necessita di emettere titoli di debito. Questa possibilità potrebbe restare, eventualmente, come una scelta effettuata per offrire una rendita sicura ai cittadini investitori, benché ciò significhi garantire un guadagno senza chiedere in cambio un corrispettivo nella produzione di beni o servizi. La moneta “fiat” libera gli Stati dai vincoli verso i fondi d’investimento, garantendo una maggiore trasparenza dell’amministrazione pubblica e una maggiore garanzia democratica (senza più temere gli sbalzi del famigerato spread). Aspetti che, invece, mancano totalmente nei Paesi dell’Eurozona, che risultano minacciati dai ricatti dei mercati, i quali non hanno alcun interesse a tutelare il benessere collettivo, ma badano esclusivamente al proprio tornaconto. Liberare lo Stato dal giogo dell’economia finanziaria per potersi dedicare all’economia reale è uno dei vantaggi offerti dalla moneta “fiat” e a disposizione di qualsiasi Stato comprenda le reali potenzialità di questo approccio.

Terza leggenda metropolitana: il debito pubblico è negativo e va eliminato

Un Paese sovrano con moneta “fiat” non è paragonabile a un cittadino o a un’azienda. Il debito pubblico, infatti, è cosa del tutto diversa dal debito privato. Quindi, la favola della cicala e della formica può avere senso soltanto se riferita al debito privato e non a quello pubblico. Il debito pubblico in moneta “fiat” (dollari, yen, corone, franchi etc…) è sempre solvibile perché emesso in moneta in possesso dello Stato stesso. In pratica, è un debito che lo Stato contrae con se stesso.

Inoltre, il debito pubblico corrisponde al credito privato, perché uno Stato che spende lo fa in cambio di beni e servizi prodotti dai cittadini, quindi garantisce un credito (denaro) ai lavoratori, che lo potranno usare al momento di agire sul mercato come acquirenti di altri beni e servizi. In virtù di ciò, lo Stato può sempre intervenire per tenere sotto controllo il debito privato e mantenere in equilibrio i saldi settoriali che contemplano, oltre al pubblico e al privato, anche l’estero. Ad esempio, il pareggio in bilancio inserito nella Costituzione italiana praticamente all’unanimità dal Parlamento il 17 aprile 2012, e da molti salutato come una riforma necessaria per il bene del popolo italiano, risulta, al contrario, un ostacolo pericoloso che impedisce allo Stato di spendere a beneficio del settore privato, lasciando sulle spalle di quest’ultimo l’onere di far fronte a qualsiasi crisi economica.

Quarta leggenda metropolitana: tornare alla Lira sarebbe un disastro

Se domani lo Stato italiano decidesse di riprendersi la propria sovranità monetaria attraverso l’uscita dall’euro, ma non avesse ben chiara una strategia, sarebbe effettivamente un disastro. Lo stesso accadrebbe se il nuovo Stato, tornato alla Lira, proseguisse con le politiche neo-liberiste e di austerità che lo hanno contraddistinto recentemente. Altrettanto pericoloso sarebbe ipotizzare un ritorno al passato del boom economico, perché la storia non torna mai indietro e perché quelle politiche economiche non tenevano conto un aspetto, oggi imprescindibile, come la sostenibilità ambientale. Ma, allontanati questi rischi, il ritorno alla Lira intesa come moneta “fiat” secondo i dettami della MMT non comporterebbe alcun pericolo, anzi. Basterebbe che lo Stato cominciasse a tassare e a pagare stipendi e commesse pubbliche in Lire, senza toccare i conti in banca che resterebbero prezzati in euro. A quel punto, si creerebbe una richiesta di Lire che apprezzerebbe la nuova moneta, evitando qualsiasi rischio iperinflattivo. Tale rischio, inoltre, sarebbe ulteriormente scongiurato dalla ripresa delle attività di produzione di beni, che lo Stato potrebbe finanziare al di fuori degli stretti parametri imposti dai trattati europei e che diventerebbero il primo passo per una politica di ripresa economica condotta dallo Stato a favore dei cittadini e delle produzioni più “virtuose”. Un settore strategico, in questo senso, sarebbe quello energetico che, senza un chiaro investimento pubblico, resterebbe ostaggio delle grandi corporation straniere. Infine, il ritorno alla Lira nel rispetto della teoria MMT permetterebbe di affrontare in modo significativo e deciso i problemi della disoccupazione e degli abbassamenti di salario attraverso i Piani di Lavoro Garantiti.

 Una proposta concreta per il benessere dei cittadini: i Piani di Lavoro Garantiti (PLG)

Uno Stato con moneta “fiat” può investire (e sarebbe bene che lo facesse) nei Piani di Lavoro Garantiti, ovvero nella creazione di posti di lavoro pubblici temporanei, che permettano di assorbire quello che Marx chiamava “esercito di riserva del capitale” e che rappresenta la dimostrazione del fallimento economico di uno Stato che abbia a cuore il benessere dei suoi cittadini e dell’economia reale nel suo complesso. Tali posti di lavoro avrebbero quattro importanti scopi:

– permettere la produzione di beni e servizi in ambiti trascurati dal settore privato

– garantire un salario dignitoso a milioni di disoccupati subito spendibile nel mercato a sostegno della domanda interna

– fornire agli ex disoccupati nuove competenze affinché siano poi appetibili per l’assorbimento nel settore privato

– stabilire un salario minimo sotto il quale nessuna azienda privata potrebbe scendere onde evitare la fuga dei propri lavoratori verso il settore pubblico

Tali lavori non vanno intesi come sostituzione dei dipendenti pubblici con precari, ma come una temporanea forma d’impiego per far fronte alle strozzature del sistema che genera disoccupazione e l’abbassamento progressivo dei salari, con evidenti effetti depressivi sulla domanda interna.

Per capire di più e meglio

La MMT è uno strumento che consente alla politica di riprendere il primato sull’economia e, di fatto, ai cittadini di tutelare loro stessi rispetto alle frequenti crisi del modello economico attuale.

È del tutto evidente, però, che l’operato di una classe politica inadeguata o miope, anche in presenza delle potenzialità offerte dalla MMT, possa risultare inefficace, se non dannosa. Questo non significa che la politica vada rifiutata, al contrario. Ciò significa che la politica è l’unico strumento che i cittadini hanno per sfruttare al meglio le risorse pubbliche e private al fine di realizzare il più ampio benessere collettivo. Ignorare questo passaggio rischia di rendere vano qualsiasi altro tentativo di miglioramento della situazione.

Per chi fosse interessato ad approfondire la questione si ricorda che, oltre alla nostra, in Italia sono presenti altre tre associazioni che promuovono la comprensione e la diffusione della MMT, ai cui siti rimandiamo qui sotto:

– MeMMT: www.memmt.info

– ReteMMT: www.retemmt.it

– Epic (Economia Per I Cittadini): www.economiapericittadini.it

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